Provate a digitare su Google, “demenza digitale”

 

 

Un secondo per 518.000 risultati. Questo vuol dire che parliamo di un argomento che sta sempre più attirando l’attenzione, e sempre maggiori sono gli studi e le ricerche da parte degli esperti del settore.

“Demenza digitale”, coniata in Corea del Sud e ripresa da Manfred Spitzer, si riferisce al deterioramento dei processi cognitivi dovuti all’abuso di tecnologie, in cui si possono riscontrare sintomi comunemente presenti in individui che hanno subito un trauma cranico o affetti da malattie psichiatriche. Sintomi irreparabili che possono portare ad una demenza precoce ma anche ad uno sottosviluppo emotivo per un iperinvestimento dell’emisfero sinistro.

Oggi la comprensione dei meccanismi di apprendimento, memoria, attenzione e sviluppo ci offre una visione più chiara, oltre che delle potenzialità, anche dei potenziali pericoli dei media digitali.

I processi e i meccanismi che condizionano abilità cognitive come l’attenzione, l’evoluzione del linguaggio o dell’intelligenza sono numerosi e diversificati.

Se ci fate caso oggi i numeri di telefono di amici, parenti e conoscenti sono salvati nel cellulare e a parte rare eccezioni, facciamo fatica a ricordarli, anzi, spesso non ci sforziamo proprio, tanto sappiamo che sono li. Ho girato l’Italia, “litigando” con mappe, tutto città e stradari mentre oggi il navigatore satellitare ci indica il tragitto per raggiungere un determinato luogo senza troppa fatica. ( l’uso ricorrente dei navigatori potrebbe inibire il funzionamento dei cosiddetti “neuroni GPS” , per la cui scoperta è stato assegnato un premio Nobel per la medicina)

Gli impegni professionali e non, sono inseriti nel cellulare o in un’agenda digitale. Chi cerca informazioni va su Google; foto, lettere, e-mail, libri e musica sono nella “nuvola” (cloud).

Pensare, memorizzare, riflettere non costituiscono più la norma.

Il concetto di demenza, in questo caso non è collegabile esclusivamente ad una mancanza di memoria, il problema infatti riguarda soprattutto il rendimento mentale, il pensiero, la capacità critica di orientarsi attraverso una quantità di informazioni che non siamo più in grado di gestire autonomamente.

Diversi ricercatori, temono che l’uso non controllato dei dispositivi digitali stia andando a modificare quelli che sono determinati meccanismi neurofisiologici, portandoci, nel tempo, a limitare, o addirittura ad atrofizzare, alcune funzioni cardinali, tra cui l’attenzione, la memoria, l’immaginazione , il pensiero è il senso dell’orientamento.

Lo sviluppo del linguaggio è strettamente correlato a quello di altri ambiti, come quello motorio, percettivo e di flessibilità cognitiva.

L’utilizzo della messaggistica istantanea, tra abbreviazioni ed acronimi vari,  sta facendo perdere l’abitudine alla costruzione di frasi di senso compiuto, ma forse le persone che seguono questi studi sono tutti boomer?

Siamo perennemente connessi e non a caso la paura da disconnessione (nomofobia) sta dilagando nella nostra quotidianità-

Senza addentrarci troppo sugli aspetti legati al tecnostress, già trattato in questo articolo, oggi voglio evidenziare alcuni effetti dovuti all’abuso della tecnologia, in senso più ampio.

Effetto Google – amnesia digitale

La “sindrome dell’online brain”  racconta una riduzione della memoria a breve termine e difficoltà a concentrarsi.

L’ “effetto Google” è la tendenza a dimenticare informazioni rapidamente, facilmente recuperabili via browser.

L’ “amnesia digitale” è la tendenza a scordare i dati presenti in un dispositivo . (numeri di telefono)

Sindrome di Truman

Il “delirio del Truman Show”  seppur non formalmente riconosciuto dal DSM5, descrive un delirio di tipo persecutorio caratterizzato dalla convinzione che la propria vita sia ripresa da videocamere nascoste e messa in mostra. (pirati informatici …)

In quest’epoca di influencer al contrario si presenta il “timore di non essere ripresi” … mettersi in mostra.

Binge watching  

Visione di più episodi o intere stagioni di serie tv

Può avere impatti negativi sulla salute mentale , affaticamento, scarsa qualità del sonno, disturbi dell’umore, senso di solitudine. Secondo alcuni studi più del 50% delle persone preferisce tuffarsi nel “craving digital televisivo” da soli.

Insonnia digitale

La luce blu è fonte di stress ossidativo della retina ed inibisce la produzione di melanina, sostanza che ha funzione di regolare il ciclo sonno-veglia.

PHUBBING

Parola che nasce dalla crasi di smartphone e snobbing e rimanda all’atto di ignorare o trascurare un interlocutore per prestare attenzione al proprio dispositivo.

Dipendenza da internet (IAD – Internet Addiction Disorder)

Sovraccarico cognitivo (information overload)

–             Dipendenza dalle relazioni virtuali (cyber relational addiction)

–             Dipendenza dal sesso virtuale (cybersexual addiction)

–             Compulsioni della rete (net compulsion) gioco d’azzardo, shopping, aste, trading

–             Dipendenza da (giochi per) computer (computer addiction)

Dipendenza da gioco su internet (unica riconosciuta DSM5)

Dipendenza da smartphone

–             Ringxiety (sensazione di udire la suoneria dello smartphone)

–             Vibranxiety (falsa impressione di percepire le vibrazioni dello smartphone)

–             Brexting (allattamento con cellulare)

Dipendenza dai social network

Vamping (stare anche nelle ore notturne collegato)

–             Oversharing (eccessiva condivisione di se)

–             Like addiction (bisogno spasmodico di accumulare like)

–             Always happy (costruire una identità eccessivamente positiva)

FOMO e i suoi derivati

FOMO (Fear of missing out) è la paura di “essere tagliati fuori”, apprensione che gli altri possano vivere esperienze gratificanti a cui noi non partecipiamo.

MOMO (mistery of missing out) ansia da preoccupazione che gli amici escano a divertirsi tenendoci intenzionalmente all’oscuro ed emerge quando i nostri contatti non pubblicano niente.

FOBO (Fear of better options) coniato da uno studente di Harvard, incapacità di scegliere una sola cosa per il fatto che ce ne potrebbe essere una migliore all’orizzonte.

FODA (fear of doing anything) situazione di stallo

Se vuoi saper di più sugli effetti fisici, clicca qui

 

 

 

onti:

www.tecnostress.it

Alfred Spitzer, “Demenza digitale”, Corbaccio Editore, 2013

Luca Bernardelli, “Giuda psicologica alla rivoluzione digitale”, Giunti, 2022

Giuseppe Lavenia, “Le dipendenze tecnologiche”, Giunti, 2018

 

 

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