Abbiamo lasciato Mr. Brain davanti a un problema. Osserva, comprende, collega informazioni, formula ipotesi, decide, agisce e, se la soluzione non funziona, cambia strategia. Ma oggi Mr. Brain non è più l’unico a risolvere problemi.
Un sistema di intelligenza artificiale può analizzare enormi quantità di dati, riconoscere regolarità, formulare previsioni, generare contenuti, individuare soluzioni e svolgere in pochi secondi operazioni che richiederebbero a un essere umano molto più tempo. La domanda, allora, diventa inevitabile:
se entrambi sono capaci di risolvere problemi, intelligenza umana e intelligenza artificiale sono davvero la stessa cosa?
È proprio qui che dobbiamo fare attenzione alla parola intelligenza.
Confrontare cervello umano e computer come se fossero due versioni, più o meno potenti, dello stesso sistema rischia di portarci fuori strada. Una macchina può superarci enormemente in determinati compiti, così come possiede capacità di elaborazione e memorizzazione difficilmente comparabili con le nostre. Ma l’intelligenza umana non si è sviluppata per elaborare semplicemente grandi quantità di informazioni. Si è evoluta all’interno di un mondo incerto, mutevole, ambiguo e sociale.
E per sopravvivere in questo mondo abbiamo sviluppato qualcosa che utilizziamo continuamente, spesso senza rendercene conto: il buonsenso.
Nella vita quotidiana raramente disponiamo di tutte le informazioni necessarie per prendere una decisione. Dobbiamo agire anche quando i dati sono incompleti, interpretare comportamenti ambigui, comprendere situazioni nuove, prevedere conseguenze e modificare le nostre decisioni quando cambia il contesto.
Secondo Gerd Gigerenzer, alcune abilità mentali fondamentali si sono evolute proprio per permetterci di affrontare questa incertezza.
Una di queste è il pensiero causale: non ci limitiamo a rilevare che due eventi si verificano insieme, ma cerchiamo di comprendere perché qualcosa sia accaduto e quali conseguenze possa produrre.
A questo si accompagna una sorta di psicologia intuitiva. Fin dall’infanzia impariamo progressivamente a comprendere che le altre persone possiedono intenzioni, desideri, conoscenze, emozioni e punti di vista differenti dai nostri.
«Sono Winston Wolf. Risolvo problemi.»
Chi ha visto Pulp Fiction ricorderà Mr. Wolf, il personaggio interpretato da Harvey Keitel che viene chiamato quando la situazione è ormai fuori controllo. Non arriva con poteri straordinari e non compie imprese spettacolari. Osserva ciò che è accaduto, comprende rapidamente il problema, individua le priorità, utilizza le risorse disponibili, coordina le persone e stabilisce cosa deve essere fatto e in quale ordine. In altre parole, risolve un problema.
Ed è proprio da questa scena che nasce, con una piccola provocazione, Mr. Brain.
Perché se dovessimo cercare una delle manifestazioni più concrete dell’intelligenza umana, probabilmente dovremmo partire proprio da qui: dalla capacità di affrontare una situazione che non presenta una soluzione immediatamente disponibile e riuscire a costruirne una.
Essere intelligenti, infatti, non significa semplicemente conoscere molte cose, essere particolarmente bravi in matematica o ottenere un punteggio elevato in un test. Significa anche comprendere una situazione, selezionare le informazioni rilevanti, collegarle, ragionare, apprendere dall’esperienza, adattarsi, prendere decisioni e trovare soluzioni.
Nel linguaggio quotidiano utilizziamo continuamente espressioni come: «È una persona molto intelligente.»
Ma che cosa stiamo realmente descrivendo?
La capacità di ragionare? La memoria? La rapidità mentale? La creatività? La capacità di comprendere gli altri? L’abilità nel trovare una soluzione quando qualcosa non funziona?
Spesso tendiamo ad associare il Quoziente Intellettivo come indice di acume ed intelletto , ma il QI misura alcune dimensioni delle capacità cognitive, non l’intera complessità dell’intelligenza umana.
Un semplice problema matematico lo dimostra bene. Se il problema è presentato in forma scritta, prima ancora di effettuare un calcolo dobbiamo comprendere il testo, riconoscere le informazioni rilevanti, mantenerle in memoria, stabilire relazioni, utilizzare il ragionamento quantitativo e scegliere una strategia. Se la prima strategia non funziona, dobbiamo modificarla.
Quello che apparentemente è un unico compito mobilita quindi processi cognitivi differenti che interagiscono tra loro.
Gardner distingue differenti forme di intelligenza:
È online Generazione Connessa, il progetto di Educazione Digitale che ho ideato insieme ad Alessia Bandino per comprendere e affrontare una trasformazione che riguarda ormai tutti noi.
La tecnologia è entrata stabilmente nella nostra quotidianità. Ha cambiato il modo in cui comunichiamo, impariamo, lavoriamo, costruiamo relazioni, ci informiamo e utilizziamo il nostro tempo. Offre possibilità straordinarie e, allo stesso tempo, richiede nuove competenze per gestirne gli effetti sulle persone, sulle relazioni e sulle organizzazioni.
Da qui nasce Generazione Connessa: un progetto che mette al centro l’Educazione Digitale, intesa come capacità di conoscere gli strumenti che utilizziamo, comprenderne i meccanismi, riconoscerne opportunità e criticità e sviluppare comportamenti più consapevoli.
Un progetto lungo tutto l’arco della vita
Il digitale ci accompagna dall’infanzia all’età adulta e continua a trasformare esperienze, bisogni e comportamenti anche nelle età più avanzate.
Per questo Generazione Connessa si rivolge a bambini e adolescenti, genitori, docenti ed educatori, adulti, professionisti, lavoratori e anziani, con percorsi progettati in funzione dei diversi contesti e destinatari.
Il progetto entra così nelle scuole, nelle famiglie, nelle aziende e nelle organizzazioni, attraverso attività di formazione, sensibilizzazione e prevenzione.
Sider Net S.p.A, è uno dei principali player del settore edile in Sardegna, presente sul mercato da oltre 50 anni.
Ricerca per il proprio ufficio tecnico/progettazione
“Saranno prese in considerazione esclusivamente le candidature ricevute via mail, pertanto onde evitare di occupare il centralino, si chiede cortesemente di attenersi alle disposizioni”
La persona che ricerchiamo sarà inserita all’interno dell’ufficio tecnico, reparto Centro di sagomatura ferro, e si occuperà di redigere la tabella ferri estrapolandola dalle tavole del progetto esecutivo, pertanto si richiede:
Inoltre dovrà interagire e coordinarsi con i colleghi dell’a produzione, pertanto risultano indispensabili capacità relazionali, di ascolto attivo e problem solving.
Assunzione diretta a tempo indeterminato, full time, con contratto a norma di legge, in base al CCNL di riferimento ed in relazione alle comprovate capacità del candidato.
Le persone in possesso dei requisiti, possono inviare la propria candidatura (solo ed esclusivamente) all’indirizzo: risorseumane@sidernet.com, citando il riferimento UT04
Riprendendo dal precedente articolo, evidenziamo gli effetti fisici legati all’abuso della tecnologia. i disturbi fisici, più frequenti sono:
Il fastidioso text Nek o iHunch, letteralmente significa igobba, identificato dal fisioterapista neozelandese Steve August, è una condizione del rachide cervicale derivante dallo stress ripetuto della frequente flessione della testa in avanti e verso il basso, allo scopo di guardare il proprio dispositivo mobile.
nell’era pre digitale, l’artrite del pollice, (malattia infiammatoria) interessava principalmente i lavoratori obbligati a operazioni manuali ripetitive, ma da diversi anni colpisce persino gli adolescenti, soprattutto quelli che da bambini hanno usato regolarmente il pollice perennemente posizionato su smartphone e tablet. in questa declinazione è una disfunzione conosciuta come artrite da messaggio.
con le posture errate tipiche dell’uso di dispositivi digitali c’è un alto rischio di soffrire di epicondilite (il gomito del tennista), che si manifesta con un dolore persistente dovuto all’uso combinato di mano, polso e gomito, a causa di una prolungata flessione del gomito per sostenere smartphone e tablet. Potremmo soffrire della sindrome del canale cubitale, ormai definita gomito da cellulare (cellphone Elbow) i cui sintomi sono formicolii all’anulare e al mignolo associati alla debolezza del braccio.

Un secondo per 518.000 risultati. Questo vuol dire che parliamo di un argomento che sta sempre più attirando l’attenzione, e sempre maggiori sono gli studi e le ricerche da parte degli esperti del settore.
“Demenza digitale”, coniata in Corea del Sud e ripresa da Manfred Spitzer, si riferisce al deterioramento dei processi cognitivi dovuti all’abuso di tecnologie, in cui si possono riscontrare sintomi comunemente presenti in individui che hanno subito un trauma cranico o affetti da malattie psichiatriche. Sintomi irreparabili che possono portare ad una demenza precoce ma anche ad uno sottosviluppo emotivo per un iperinvestimento dell’emisfero sinistro.
Oggi la comprensione dei meccanismi di apprendimento, memoria, attenzione e sviluppo ci offre una visione più chiara, oltre che delle potenzialità, anche dei potenziali pericoli dei media digitali.
I processi e i meccanismi che condizionano abilità cognitive come l’attenzione, l’evoluzione del linguaggio o dell’intelligenza sono numerosi e diversificati.
Se ci fate caso oggi i numeri di telefono di amici, parenti e conoscenti sono salvati nel cellulare e a parte rare eccezioni, facciamo fatica a ricordarli, anzi, spesso non ci sforziamo proprio, tanto sappiamo che sono li. Ho girato l’Italia, “litigando” con mappe, tutto città e stradari mentre oggi il navigatore satellitare ci indica il tragitto per raggiungere un determinato luogo senza troppa fatica. ( l’uso ricorrente dei navigatori potrebbe inibire il funzionamento dei cosiddetti “neuroni GPS” , per la cui scoperta è stato assegnato un premio Nobel per la medicina)
Gli impegni professionali e non, sono inseriti nel cellulare o in un’agenda digitale. Chi cerca informazioni va su Google; foto, lettere, e-mail, libri e musica sono nella “nuvola” (cloud).
Pensare, memorizzare, riflettere non costituiscono più la norma.
Il concetto di demenza, in questo caso non è collegabile esclusivamente ad una mancanza di memoria, il problema infatti riguarda soprattutto il rendimento mentale, il pensiero, la capacità critica di orientarsi attraverso una quantità di informazioni che non siamo più in grado di gestire autonomamente.
Diversi ricercatori, temono che l’uso non controllato dei dispositivi digitali stia andando a modificare quelli che sono determinati meccanismi neurofisiologici, portandoci, nel tempo, a limitare, o addirittura ad atrofizzare, alcune funzioni cardinali, tra cui l’attenzione, la memoria, l’immaginazione , il pensiero è il senso dell’orientamento. Read more
“io lo so che non sono solo anche quando sono solo”
Contrariamente a quanto afferma Jovanotti, capita spesso di sentirsi soli anche quando ci si trova in mezzo a tanta gente, e questo ancor di più quando si tratta della figura del leader, di un manager, un imprenditore o un gestore di risorse in senso più ampio.
Il comandante è sempre l’ultimo ad abbandonare la nave; quante volte abbiamo sentito questa frase.
Ma siamo certi che sia proprio così o il costrutto legato alla solitudine nei numeri primi, condiziona ogni nostro ragionamento?
La parola leadership è la crasi delle parole capo (leader) e nave (ship), il che inevitabilmente ci riporta ancora alla metafora del comandante di una nave, ed il relativo collegamento al mio libro “una nave chiamata azienda”, è una paura casualità, forse.
C’è chi ritiene che la solitudine sia un prezzo da pagare quando si ricoprono posizioni di potere, dove la responsabilità e la prese di decisioni sono all’ordine del giorno.
In un periodo in continuo mutamento, il leader deve essere sempre più un “portatore sano” di cambiamento, uno “strumento” privilegiato per arricchire la vita delle persone, ed è questo il vero cambio di paradigma sul quale dovremmo concentrarci.
La pandemia ha visto cambiare il panorama economico mondiale, in maniera repentina ed incontrollabile, a causa di una accelerazione tecnologica che senza il Covid-19 avrebbe impiegato tra i 7 e i 10 anni. Read more
I ritmi di lavoro, l’avanzare delle nuove tecnologie, i continui mutamenti, anche legati alla pandemia, stanno mettendo a dura prova interi organici all’interno delle organizzazioni.
Mai come in questo momento storico, guardando all’interno delle aziende italiane, possiamo notare gruppi di lavoratori eterogeni, oltre che dal punto di vista anagrafico, per quanto concerne valori, visioni, skill, modi differenti di affrontare la vita ed un differente approccio allo sviluppo tecnologico.
Ben quattro generazioni a confronto: baby boomer, generazione X, generazione Y e generazione Z.
La permanenza dei lavoratori più anziani e l’allungamento dell’età pensionabile hanno portato a un forte gap generazionale sul lavoro e questo si traduce spesso in difficoltà di collaborazione, scontri e pregiudizi: i senior accusano i giovani di non avere sufficiente esperienza e volontà, viceversa, i giovani accusano i senior di essere troppo vecchi per conoscere le nuove tecnologie e mercati.
Tutto questo compromette la produttività.
Non possiamo permetterci di trascurare certi aspetti, non più. Read more
Il lavoro cambia, cambiano le organizzazioni, cambiano le tecnologie che utilizziamo e, insieme a esse, cambiano anche le condizioni nelle quali lavoriamo, comunichiamo, prendiamo decisioni, gestiamo il tempo e costruiamo le nostre relazioni.
Da questa consapevolezza nasce ChesStress.it, un portale dedicato ad approfondire il rapporto tra persone, lavoro, organizzazioni e tecnologia, con particolare attenzione ai fattori che possono incidere sul benessere individuale e organizzativo.
Lo stress, infatti, non può essere letto soltanto come una condizione individuale. Carichi e ritmi di lavoro, autonomia, ruolo, relazioni, cambiamenti organizzativi, modalità di comunicazione, strumenti digitali e confini sempre più permeabili tra vita professionale e personale costituiscono parti di uno stesso sistema.
Allo stesso modo, parlare oggi di benessere organizzativo significa necessariamente confrontarsi anche con la trasformazione digitale.
Smartphone, piattaforme collaborative, e-mail, notifiche, videoconferenze e sistemi di intelligenza artificiale possono semplificare attività e processi, ma modificano contemporaneamente il modo in cui distribuiamo l’attenzione, gestiamo le interruzioni, organizziamo il lavoro e separiamo il tempo professionale da quello personale.
È in questo spazio che si colloca anche il tecnostress: non come generica contrapposizione alla tecnologia, ma come uno dei rischi emergenti da comprendere e gestire all’interno di contesti lavorativi sempre più digitalizzati.
ChesStress.it nasce per mettere in relazione questi fenomeni, evitando di considerarli compartimenti separati.
Anche alla persona più empatica, sarà capitato di perdere la pazienza e sentire quel bisogno irrefrenabile, di mandare qualcuno a quel paese?
Siamo esseri umani e nessuno è perfetto, altrimenti saremmo dei robot.
All’interno delle organizzazioni è normale assistere a diverbi accesi, tra capo e collaboratore, tra colleghi, con i clienti, fornitori; capita anche quando non vorremmo che accadesse.
Questo perché entrano in gioco delle leve emozionali nascoste, sopite, represse, che una volta sollecitate, scattano in maniera automatica.
Alcuni riescono a gestire questi momenti, mentre altri restano incatenati al loro “copione”, andando ad alimentare un conflitto che deteriora il rapporto umano e l’efficacia dell’organizzazione stessa.
Non basta saper comunicare in maniera efficace, per imparare ad accettare l’opinione altrui e far accettare la propria.
Bisogna prendere in considerazione tutti agli aspetti legati all’organizzazione come “sistema” e c’è bisogno di andare a fondo, sullo stato emozionale, sul nostro “essere”, ancor prima del “fare”, perché è proprio lì che l’escalation del conflitto s’insinua in maniera aggressiva, andando a colpire la persona e non il comportamento o l’azione.
Ogni “modello di comportamento” è composto da pensieri ed emozioni, che “apparentemente” si presentano come risposta ad un determinato stimolo.
Nelle relazioni accade la stessa cosa, soltanto che in quella risposta “automatica”, sono raccolti una serie di pensieri ed emozioni, che generano un comportamento. (una risposta verbale, un atteggiamento del nostro corpo, una alterazione del nostro stato emotivo)
Quanto questa risposta è realmente automatica e pertanto di difficile gestione o quanto invece è indotta, dal nostro cervello, dal corpo, dai sensi e pertanto “più semplice” da gestire?
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